La famiglia Pallavicini è presente nel Lazio fin dalla seconda metà del 1600 e intreccia la propria storia con quella della regione nei campi più svariati, tra i quali la gestione di proprietà agricole e vinicole intorno a Roma. L’impegno nella viticoltura, in particolare, gode ora di un rinnovato slancio grazie a Maria Camilla Pallavicini che intende perseguire un progetto che le sta particolarmente a cuore: contribuire alla valorizzazione della viticoltura laziale e del Frascati in particolare, facendo delle tenute di famiglia il teatro naturale di questo percorso.

La Principe Pallavicini rappresenta il più grande vigneto privato di Frascati con 50 ettari su 80 Ha complessivamente vitati, dedicati alla coltivazione di uve bianche per la produzione del Frascati DOC.

Tutti i vigneti di Principe Pallavicini hanno una collocazione particolarmente privilegiata in virtù della tipologia dei terreni e del clima, con forme di allevamento che includono il tradizionale cazenave, e i razionali cordone speronato e guyot, meno produttivi, ma più adatti a fornire vini con maggiore concentrazione. Dopo secoli di colture tradizionali, nell’obiettivo di adottare sempre le migliori innovazioni in campagna e in cantina, i vigneti Principe Pallavicini agli inizi degli anni novanta sono stati tra i primi nel Lazio ad essere coltivati ad alta densità. Successivamente, tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila, sono stati applicati l’inerbimento dell’interfilare, un doppio sistema di raccolta ragionata delle uve per migliorare le caratteristiche organolettiche e analitiche dei mosti, la concimazione fogliare con microelementi basata sull’analisi di foglia e picciolo per ottimizzare gli zuccheri e il corredo aromatico delle uve.

Da alcuni anni inoltre, in entrambe le due tenute vitate, quella storica di Colonna nei Castelli Romani e quella di Cerveteri nella bassa maremma, si è scelto di perseguire con particolare cura la produzione a basso impatto ambientale e di mettere in atto processi rispettosi della salute dell’uomo come l’adesione dell’azienda al piano di sviluppo rurale con il quale ha realizzato un impianto di depurazione biologica a fanghi attivi che consente lo scarico della acque di lavorazione in corpi idrici superficiali e il suo riutilizzo nelle fasi di lavorazione. Sempre in linea con questo credo aziendale sono state recentemente avviate due importati sperimentazioni: dal 2007 la produzione di vini senza solfiti aggiunti e dal 2010 l’utilizzo di prodotti esclusivamente biologici per la fermentazione dei mosti, con la selezione di lieviti autoctoni presenti nei vigneti di proprietà.